La svalutazione del dollaro, il debito pubblico e la guerra in Libia
  • La disperazione degli Stati Uniti

    LIBIA: ITALIA PRONTA PER 'FASE 2', UOMINI E MEZZI

    21:25 08 APR 2011

    (AGI) - Roma, 8 apr. - Di fronte alle richieste della Nato di passare ad una 'fase 2' in Libia, vista la situazione di stallo, anche il nostro Paese potrebbe prevedere sia la messa a disposizione di mezzi che di uomini. E' quanto riferiscono fonti ministeriali, in base all'appello rivolto dal Segretario Generale della Nato, Rasmussen ai Paesi dell'Alleanza.
    Naturalmente, si spiega, l'Italia agirebbe sempre sotto il 'cappello' multilaterale, tenendo come punto di riferimento la risoluzione Onu. L'azione chiesta agli Alleati va sempre nell'ottica della protezione dei civili e dei ribelli. Qualora arrivasse la richiesta ufficiale da parte della Nato - mercoledi' e giovedi' a Berlino e' previsto un summit ministeriale - non si esclude che il governo possa tornare a consultarsi per decidere la linea da tenere. Bisognera' capire innanzitutto l'atteggiamento della Lega che gia' in un primo momento aveva espresso le proprie perplessita' alla partecipazione di un intervento in Libia. Nell'eventualita' di una richiesta ufficiale da parte della Nato sembrerebbe escluso per il momento un nuovo 'passaggio' in Parlamento, possibile invece una nuova convocazione della cabina di regia a Palazzo Chigi. Importante sara' l'incontro che il ministro Frattini avra' martedi' a Roma con il Capo libico del Consiglio Nazionale di transizione, Jalil. E' gia' il secondo incontro che il responsabile della Farnesina ha con i ribelli. Il ministro ha infatti incontrato Al Isawi, membro nazionale del Consiglio di transizione, con il quale non ha escluso come 'extrema ratio' la fornitura di armi ai ribelli. Il fatto che anche la Germania abbia cambiato atteggiamento dicendosi pronta ad inviare uomini in Libia, dimostra il passaggio del conflitto in Libia ad una fase piu' operativa. Dopo Berlino anche Roma, spiegano le stesse fonti, sta valutando il da farsi. (AGI) Gil/Dma .
  • DAL CIELO ALLA TERRA



    URANIO IMPOVERITO

    PER COLORO CHE HANNO ANCORA LA CAPACITÀ DI INTENDERE.
    COME POTETE NOTARE LA DIFFERENZA TRA DITTATORE (GHEDDAFI) E FORZA MILITARE LIBERATRICE (NATO E ALLEATI) È MINIMA O NON ESISTE AFFATTO.
    L'EFFETTO DEI PROIETTILI AD URANIO IMPOVERITO SONO DEVASTANTI NON SOLO PER IL NEMICO DA COLPIRE MA ANCHE E SOPRATTUTTO PER GLI INNOCENTI CIVILI DA “SALVARE”.
    L'IPOCRISIA, L'INGANNO ED IL CINISMO DEI POTENTI COME SEMPRE PREVALE SUL SENSO DELLA VERA GIUSTIZIA.
    LA VERITÀ È CHE LA GUERRA GIUSTA NON ESISTE.
    STATE ATTENTI! VI ABBIAMO GIÀ DETTO CHE LE RITORSIONI DELLA NATURA SONO E SARANNO APOCALITTICHE E, SENZ'ALTRO, RAMMENTERETE CON TIMORE DI DIO LE STORIE DI SODOMA E GOMORRA E IL DILUVIO UNIVERSALE.
    CERTO, GESÙ DISSE, NON UN SOLO CAPELLO DEL VOSTRO CAPO PERIRÀ (LUCA 21, 5-19). SI RIFERIVA AI GIUSTI E AI BUONI. AI GUERRAFONDAI E AGLI ASSASSINI DELLA VITA IL GIUDIZIO… “ALLONTANATEVI DA ME GENTE DI INIQUITÀ... (LUCA, 13,27)
    IL SUO TEMPO, IL TEMPO DEL SUO RITORNO È PROSSIMO!
    PACE!

    DAL CIELO ALLA TERRA

    S.Elpidio a Mare (Italia)
    30 marzo 2011. Ore 12:06
    Giorgio Bongiovanni
    Stigmatizzato

    Link originale


    Il testamento di Gheddafi
  • I ribelli libici hanno fondato la nuova banca centrale... curioso no? ... le nuove democrazie devono nascere sotto la stella del debito. FMI ... naturalmente... e chi altro se no?
  • Siamo da sempre in buone mani

    Ellen Brown, autrice del bellissimo La rete del debito: la scioccante verità sul nostro sistema monetario e come liberarcene, ha recentemente scritto qualcosa sulle sofisticate operazioni finanziarie dei ribelli:


    “In base all'articolo russo intitolato “Bombardamenti in Libia – La punizione per Gheddafi per il suo tentativo di rifiutare i dollari USA”, Gheddafi ha davvero fatto una mossa altrettanto temeraria: ha cominciato a rifiutare i dollari e gli euro e ha chiamato a raccolta gli arabi e le nazioni africane per usare una nuova divisa, il dinaro d'oro. Gheddafi aveva suggerito di formare un nuova Africa unità, un continente con 200 milioni di abitanti che usano la stessa moneta. Durante gli anni scorsi, l'idea era stata approvata da molti stati arabi e dalla maggior parte degli stati africani; gli unici contrari erano la Repubblica del Sud Africa e i vertici della Lega Araba. L'iniziativa era malvista dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, con il presidente francese Nicolas Sarkozy in prima linea nel definire la Libia una minaccia per la sicurezza finanziaria dell'umanità; ma Gheddafi non fece una piega e continuò la sua spinta per la creazione di un'Africa unita.

    E questo ci riporta indietro al rebus della Banca Centrale Libica. In un articolo postato sul Market Oracle, Eric Encina ha osservato: 'Una notizia raramente riportata dai politici occidentali e dagli esperti dei media è che la Banca Centrale Libica è posseduta al 100% dallo Stato. [...] Al momento, il governo libico crea la propria moneta, il dinaro, attraverso gli stabilimenti della banca centrale. Alcuni potrebbero obiettare che la Libia è uno stato sovrano con grandi risorse naturali, capace di sostenere il proprio destino economico. Uno dei maggiori problemi per i cartelli bancari globalisti è che, per fare affari con la Libia, devono accordarsi con la BCL e la sua valuta e per questi motivi hanno un dominio e una forza contrattuale pari a zero. In conseguenza di ciò, spazzare via la BCL non figurerà di certo nei discorsi di Obama, di Cameron e di Sarkozy, ma sarà sicuramente in cima alla lista all'agenda globalista per assorbire la Libia nello sciame di nazioni accondiscendenti.’”
  • Salve al lettore. Purtroppo siamo in mano a gente molto IGNORANTE e Becera, che rovina il mondo Banche politici corrotti gente che consuma e sperpera risorse chisà ...... si spera sempre che migliori ma qui peggiora sempre la situazione dei cosidetti normali semplici..... Ha ho dedicato il mio album a questi casini si chiama PATATRAK WORLD ( il mondo che si rompe sempre di più) sta qui: http://www.jamendo.com/it/album/87728 ciao a tutti e auguri di buona Pasqua Jamendisti.
  • Si, sono ignoranti nel senso che non vogliono conoscere se stessi. Se lo facessero imparerebbero che siamo di passaggio e che la cosa più bella è la condivisione con gli altri dei regali della natura. La natura è meravigliosamente bella. La primavera è un incanto che si ripete ogni anno ma loro non hanno occhi per queste cose. Ascolterò il tuo album visto che ora come ora desidero ascoltare musica che abbia consapevolezza del momento presente.
    Buona Pasqua anche a te.

    Questo casca a pennello I PAESI BRICS POSSONO MITIGARE LA CRISI DEL DOLLARO?

    200 MILIARDI FANNO CORRERE LONDRA E PARIGI

    Preparazione per la III guerra mondiale, colpire l'Iran

    TRIPOLI, BEL SUOL D'AMORE (DI RITORNO DALLA LIBIA)

    Il primo «effetto collaterale» della guerra contro la Libia

    Primavera 2011: Benvenuti negli Stati Uniti dell'austerità / Verso la gravissima crisi del sistema economico e finanziario
  • DI LUIGI FABOZZI

    riceviamo e volentieri pubblichiamo

    Qui, col permesso della Brutalità e degli altri - perché la Brutalità è uomo d'onore e così sono tutti, tutti uomini d'onore - io vengo a parlare al funerale della Logica. Ella fu mia amica, fedele e giusta verso di me: ma la Brutalità dice che fu ambiziosa; e la Brutalità è uomo d'onore. Quando i poveri hanno pianto, la Logica ha lacrimato: l'ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa. Eppure la Brutalità dice che la Logica fu ambiziosa, e la Brutalità è uomo d'onore. Non parlo, no, per smentire ciò che la Brutalità disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti la amaste una volta, e con ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerla? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione.

    Scusatemi, il mio cuore giace là nella bara con la Logica e debbo tacere sinché non ritorni a me.
    Pur ieri la Logica avrebbe potuto opporsi al mondo intero: ora ella giace là, e non v'è alcuno, per quanto basso, che gli renda onore. O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto alla Brutalità e ai suoi amici, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d'onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto alla defunta, far torto a me stesso e a voi, che far torto a così onorata gente.
    Ma qui c'è una pergamena col sigillo della Logica - l'ho trovata nel suo studio -, è il suo testamento: che i popolani odano soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non intendo di leggere, e andrebbero a baciar le ferite della morta Logica ed immergerebbero i loro lini nel sacro sangue di lei; anzi, chiederebbero un capello per ricordo e morendo, ne farebbero menzione nel loro testamento, lasciandolo, ricco regalo, alla prole.
    Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso. Tutti conoscete questo mantello: io ricordo la prima volta che la Logica lo indossò, era una serata estiva, nella sua tenda, il giorno in cui sconfisse le Dittature: e guardate, qui il pugnale della Follia, l'ha trapassato; mirate lo strappo che il Denaro nel suo odio vi ha fatto: attraverso questo la ben amata Brutalità l'ha trafitto; e quando tirò fuori il maledetto acciaio, guardate come il sangue della Logica lo seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no la Brutalità che così rudemente bussava!
    Questo fu il più crudele colpo di tutti, perché quando la nobile Logica lo vide che feriva, l'ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, completamente la sopraffece: allora si spezzò il suo gran cuore e, nascondendo il volto nel mantello, proprio alla base della statua della Giustizia, che tutto il tempo s'irrorava di sangue, la grande Logica cadde.
    Oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti!
    Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m'accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste della Logica? Guardate qui, eccola lei stessa, straziata, come vedete, dai traditori!!!
    Cosa farete adesso?
    (liberamente tratto dal Giulio Cesare di Shakespeare)

    La parola "logica" deriva dal greco λόγος (lògos) cioè parola o verbo. Nella bibbia c’è scritto che all’inizio c’era il Logos e quando morirà il Logos (la logica) mi sa che finirà il mondo.
    Quindi quando vi dicono cose illogiche, senza nesso, pensate a quello che fate. Quello che ho rubato a Marcantonio del Giulio Cesare di Shakespeare è ciò che sputerei in faccia a tutti quelli che vogliono farci mangiare tutta la melassa illogica. Dal caso Ruby, al Processo Breve, alla morte di Vittorio Arrigoni da parte dei palestinesi che lui aiutava… sono tante quelle cose che ormai hanno ucciso la Logica che non ne piangiamo più la morte.
    Io vi scongiuro di destra e di sinistra usate la Logica.
    Perché in principio ci fu il Logos e quando il Logos morirà non ci sarà più nulla.

    Luigi Fabozzi
    22.04.2011


    La crisi di bilancio, i buoni del Tesoro e il Dollaro USA: crollo di un sistema

    La Siria non è la Libia: i massacri di Assad non indignano nessuno
  • Africa. Attacco alla Libia. ecco spiegazioni inedite, ma convincenti. VEDREMO SE E’ VERO. di Antonio de Martini

    Quale può essere il fil rouge che collega tutti i paesi attaccati – e presi di mira in varie forme - dagli USA e Gran Bretagna con l’aiuto di una serie di ausiliari tradizionali più o meno consapevoli?

    Libia, Libano, Siria,Irak,Somalia, Sudan, Iran. Non hanno in comune l’etnia ( Iran è ariano mentre gli altri sono semiti o – Sudan – misti).

    Non hanno in comune la religione: Libano ha cristiani, l’Iran è sciita, la Siria è mista. Non il petrolio: Somalia e Siria non ne hanno in quantità significative. Non la ricchezza: Somalia e Sudan non lo sono.

    Se invece vediamo il negativo, vediamo che nessuno di questi paesi figura tra i 56 aderenti alla Banca per i Regolamenti Internazionali.

    In pratica sono paesi che hanno rifiuutato di far parte della comunità finanziaria internazionale e la Libia in particolare se la stava cavando molto bene:

    * Stando ai dati del FMI la Banca centrale libica possiede 144 tonnellate di oro nei suoi forzieri. Per un paese di tre milioni e mezzo di abitanti, non è niente male. L’educazione e l’assitenza medica sono gratuite; le coppie che si sposano ricevono 50.000 dollari a fondo perduto.
    * I Ribelli, ancora prima di costituire un governo provvisorio, hanno annunziato ( il 19 marzo) di aver costituito la BANCA CENTRALE DI LIBIA. La Banca centrale di Libia ( quella di Gheddafi per intenderci) è pubblica e non privata, stampa la moneta e presta denari allo stato senza interessi per finanziare le opere pubbliche tra cui il famoso fiume sotterraneo fatto dall’uomo che utilizza le acque fossili del Sahara per irrigare tutta l’area agricola della Libia che si trova al Nord. A proposito l’attività agricola in Libia è esentasse. Completamente. Questa politica è l’esatto contrario di quella seguita dal mondo occidentale che fa pagare tutti i servizi quali l’educazione e la sanità ed ha privatizzato le banche centrali che fanno pagare gli interessi agli stati quando forniscono loro i fondi.
    * La ragione ufficiale che ha spinto l’occidente a non mantenere le Banche Centrali come pubbliche è che questi prestiti aumentano l’inflazione, mentre prendere prestiti dalle Banche estere o dall FMI , non provocherebbe inflazione. In realtà prendere i denari a prestito da Banche centrali pubbliche – senza interessi – riduce grandemente il costo dei progetti pubblici di investimento e in alcuni casi li riduce del 50%.
    * Gheddafi aveva da poco lanciato la proposta di creare una moneta unica africana IL DINARO ORO e l’unico paese africano che si era opposto, è stata la Repubblica del Sud Africa, che è stata proprio quella che si è presentata a Tripoli per la mediazione con i ribelli e la NATO. Su questa proposta c’è un commento di Sarlosi che l’ha giudicata “una minaccia per l’Umanità”.
    * Sia Saddam Hussein che Gheddafi avevano proposto – entrambi sei mesi prima dell’attacco – di scegliere l’Euro ( o il dinaro) come valuta per le transazioni petrolifere.

    ADESSO RESTIAMO IN ATTESA DI VEDERE – IN CASO DI VITTORIA DELLA NATO – SE EDUCAZIONE E SANITA’ RESTERANNO GRATUITE, SE LA BANCA CENTRALE LIBICA ADERIRA’ ALLA B.R.I. E SE L’INDUSTRIA PETROLIFERA LIBICA VERRA’ SVENDUTA A PRIVATI. Poi anche i più ingenui cominceranno ad avere sospetti.


    Guerra di Libia e altri paesi arabi. gli USA ammettono sull’Herald Tribune: siamo stati noi. di Antonio de Martini

    Sulle prime ho pensato a un pesce d’Aprile in ritardo Sulla prima pagina dell’ International Herald Tribune del 15 Aprile – ultima colonna a destra della prima pagina – campeggia un titolo ” US groups trained Key leaders of Arab revolts” non c’è nemmeno bisogno di saper l’inglese per capire:Il signor Ron Nixon , corrispondente da Washington, spiega tutto con dovizia di particolari, tanto che il “pezzo” gira in ottava pagina su quattro colonne. Basterà sapere che l’operazione è stata finanziata dal Congresso USA con 100 milioni di dollari all’anno e i finanziamenti sono cominciati nel 1983 attraverso alcune organizzazioni di cui fanno il nome : International Repubblican Institute, National Democratic Institute e Freedom House. E ci sono anche i nomi di quelli che li ricevevano: movimento 6 aprile( Egitto) ; Bahrain center for human rights. I corsi negli USA hanno avuto come sponsors ” Facebook, Google, MTV, Columbia University Law school e il Dipartimento di Stato USA.

    La giustificazione del responsabile del “progetto per la democrazia in Medio Oriente”, Stephen Mc Innery, è disarmante: ” li abbiamo supportati nello sviluppo delle loro capacità e nel networking: Non li abbiamo finanziati perché iniziassero la rivolta. ” Niente male come ipocrisia. Anche lo zio di Toto Riina gli ha insegnato a sparare a lupara, ma mica perché uccidesse…

    Non vi infliggerò la lettura completa , ( ma L ‘ International Herald Tribune durante il fine settimana non esce in Italia e quello di venerdì 15 aprile lo trovate in edicola fino a domenica … ).

    Basterà sapere che finalmente l’ingerenza viene ammessa ( e quindi dicevo la verità anche nei dettagli quando parlavo di “borse di studio” e non ero affetto da antiamericanismo ) e adesso passo a fare una serie di domande a Barak Obama cui mi piacerebbe ottenere risposte, cominciando dall’Egitto:

    * Mubarak e Soleiman erano favorevoli alla pace di camp David, controllavano Hamas ed erano ostili all’Iran di Ahmadinedjad : tre punti fermi della pace. Come ritiene saranno i nuovi democratici su questi punti?
    * I fratelli mussulmani egiziani che atteggiamento terranno verso Hamas ( una loro filiazione)? Ritiene che l’omicidio Arrigoni sia servito a favorire la nascita – con sangue italiano – dei “salafiti” cui darete la carta dell’uomo nero per poter trattare con Hamas?

    Passiamo alla Siria:

    * La Siria non spara un colpo dal 1973 verso Israele o verso altri vicini. In Libano è andata su mandato della Lega Araba in accordo con gli USA. L’unica spedizione militare l’ha fatta assieme agli USA nel 1991 contro l’invasione del Kuwait fatta da Saddam Hussein. Ora non ha davanti a se altra opzione che la repressione feroce dei manifestanti o la caduta. In caso di caduta il caos alla frontiera di Israele è garantito e la possibilità che l’Iran si immischi in profondità è certa. Volete far saltare ogni equilibrio nella regione ?
    * L’ammiraglio comandante della Marina USA Gary Roughead ha dichiarato il 23 marzo a Washington ” le nostre forze erano già posizionate contro la Libia”. Conferma? Conferma anche la data del 2 febbraio come quella dello sbarco della Delta force e della SAS in Libia per le prime azioni?
    * Perché siete intervenuti militarmente in Libia e non a Bahrain o in Yemen? Ritenete che questa ipocrisia giovi alla credibilità della democrazia e dell’occidente? Ritiene l’Arabia Saudita un paese democratico?
    * Il portavoce del Comitato di Benghazi che lanciò la balla dei diecimila morti a Tripoli, ALI ZEIDANI è parente dell’ALI ZEIDANI che ha dichiarato che tutti i contratti firmati saranno rispettati? Si tratta anche dello stesso ALI ZEITANI che ha dichiarato che i paesi che hanno aiutato ( il comitato di Benghazi ndr) “saranno presi in considerazione dal futuro potere”? Ritiene conciliabili queste due posizioni?
    * La creazione del FMA ( Fondo Monetario Africano) appoggiata da Gheddafi ha influito sulla decisione USA di attaccare? E la decisione di farsi pagare il Petrolio in Euro o Dinari, ha influenzato il calendario dell’attacco? Come mai nessuno è al corrente di questa situazione monetaria? Il fatto che ogni paese africano che si accorda con la Cina abbia seri problemi, ritiene sia una coincidenza?
  • Anche se non riguarda direttamente la Libia e gli USA ci può stare anche questo... perchè riguarda direttamente noi:
    IL PATTO (SUICIDA) PER L’EURO
  • Anche questo non riguarda la Libia ma ci fa capire con che gente abbiamo a che fare:
    GIAPPONE: STANDARD AND POOR'S TAGLIA OUTLOOK A NEGATIVO. Il giappone ha una sua banca centrale simile alla FED USA ma a differenza di quest'ultima il debito non è straniero ma degli stessi giapponesi.
    Questa agenzie di rating e i loschi individui che vi operano sono al soldo della finanza internazionale che è in mano a poche famiglie nel mondo. Sono state stimate a 26 le famiglie che possiedono la gran parte del pianeta.
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  • DI PAOLO SENSINI

    «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
    George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte ii, capitolo 9)

    Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.

    È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».

    La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.

    Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’onu il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro l’umanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

    Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la «delega» agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla «no-fly zone», che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

    Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta «primavera araba». Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere «senza se e senza ma» i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i «fratelli musulmani» provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.

    O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad «Al-Qāʿida». Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.

    Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della «Coalizione dei volenterosi», in accordo con usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.

    Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il «dittatore», ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione «Alba dell’Odissea», che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.

    È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di stato maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’onu «non lo consentirebbe».

    La scelta degli alleati non può dunque che essere per i «ribelli», così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una «rivolta popolare», senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.

    Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di «addestrare gli insorti». Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.

    La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.
    Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

    I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

    Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da «intervento umanitario»?

    Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una «notizia» di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di cnn del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.

    Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di «10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un «fatto» indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte «fosse comuni» in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal «dittatore pazzo e sanguinario». Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti. Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli «attentati terroristici di Al-Qāʿida dell’11 settembre 2001».

    Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei «10.000 morti» e del «genocidio» compiuto dal «dittatore pazzo e sanguinario» senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.

    Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che «complottismo».

    Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della «sinistra» in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici «campi di concentramento» o «lager» destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente «gli insorti di Bengasi», a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

    Partenza per la Libia

    Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici «volenterosi» denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

    Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle «stragi» volute dal raìs.

    La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di «risentimento e ostilità della popolazione» nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo l’aggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sull’antimperialismo».

    Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica. Questo territorio ospita la più grande Tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande Tribù della Tripolitania, dove si trova il 66 per cento della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27 per cento, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.

    Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della Coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è Allah – Muʿammar – ua Libia – ua bas! (Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leaders occidentali che si sono distinti nell’aggressione «umanitaria», come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.

    Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i «risultati» a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante «esportatore di democrazia» vorrebbe replicare pure in Libia…

    Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?». Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

    Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere «con ogni mezzo». E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.

    Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.

    Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.

    Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.

    Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.

    La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti: 1) la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata; 2) quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil; 3) chi ha bombardato cosa; 4) fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; 5) quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.

    «Eppure – insiste Ibrahim – l’invio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk, e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 in questi giorni. Perché questa ipocrisia dell’Occidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione».

    Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del «dittatore sanguinario Gheddafi» bombardatore e oppressore del «suo stesso popolo». L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

    Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i «bombardamenti umanitari» contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.

    Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.

    L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei «fratelli musulmani» e altri jihadisti stranieri tra i «rivoltosi di Bengasi», alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

    Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e «ribelli» che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare nato nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.

    Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, Monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos».

    Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarant’anni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi –, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.

    Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.

    A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

    L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla «Fact Finding Commission» durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

    La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un «lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.

    Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del pd, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.

    Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind…

    Le vere ragioni della guerra alla Libia

    Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

    Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

    La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dell’intervento della nato in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.

    «Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

    L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

    Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari usa, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

    La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del franco cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.

    Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

    Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq ?

    Paolo Sensini
    27.04.2011
  • PERCHÉ L’OCCIDENTE VUOLE LA CADUTA DI GHEDDAFI?

    GLI STATI UNITI RISCHIANO UNA GUERRA CON CINA E RUSSIA

    Dal Corriere della collera

    GUERRA di LIBIA: replica a “IL MESSAGGERO” e ai cervelli Fusi di Antonio de Martini

    il sig Carlo Fusi su “IL MESSAGGERO” di oggi, esprime una serie di conseguenze che accadrebbero se la Lega provocasse una crisi di governo sul tema dei bombardamenti. Sono esattamente le stesse remore che avevo io quando l’Italia ha rovesciato le sue alleanze ancora fresche di inchiostro lo scorso mese.

    Udite:” una crisi di governo, conseguenza dello sganciamento del Carroccio sui bombardamenti verso le truppe di Gheddafi, sarebbe demenziale. Per capirci,in un colpo solo verrebbero nell’ordine: stoppati i missili italianiappena autorizzati, rimangiato l’impegno preso con Obama; disatteso l’accordo con la NATO; rimesse in discussione le intese con Francia e Gran Bretagna; delegittimato il capo dello Stato.”

    E non pago di questo interminabile elenco di sventure, continua “ Altro che semplice dietro front o imprevisto capitombolo diplomatico, si tratterebbe piuttosto di un disastro sul fondamentale crinale del credito e della reputazione internazionale.”

    PRIMO: non si tratta di una posizione reale del Carroccio, ma di una dichiarazione strumentale a non far perdere voti al centro destra ( o fari astenere dal voto). Il Centro destra è come un supermercato: se non vuoi comprare da Berliusconi, puoi comprare da Bossi. Prezzi modici e ogni tipo di posizione desiderabile. Votate per noi, specie a Milano. Questo è il messaggio.

    SECONDO: ridimensionate le paure del sig Fusi, guardiamo ai fatti.

    * “verrebbero stoppati i missili italiani” Veramente questi li stoppa la costituzione all’art 11 primo comma.
    * “rimangiato l’impegno preso con Obama” : non essendo stato interlellato il Parlamento, l’impegno vincola il sig Nerlusconi che paga le donne con cui cerca di fare sesso e – in conferenza stampa- dice che lui le donne non le paga. Dice al telefono a Obama che bombarderà e in conferenza stampa dice che non sono bombardamenti. Non mi sembra grave , Obama ormai sa che è un bugiardo.
    * “disatteso l’accordo con la NATO“ veramente se allude al trattato NATO , si parla di un accordo difensivo contro un nemico che non esiste più. Se allude ad accordi verbali di Frattini o Berlusconi, allora ha maggior valore il trattato scritto e ratificato fatto con la Libia, in cui ci impegnavamo a non dare basi militari utili ad attaccare il paese vicino.
    * “Rimesse in discussione le intese con Francia e Gran Bretagna” si tratta qui di una quasi endiadi ( figura retorica che indica la ripetizione per dare maggior forza al discorso). Nella NATO fanno parte sia gli USA che la Gran Bretagna e la Francia ( quest’ultima da meno si un anno). Gli impegni sono dunque sempre gli stessi: se l’URSS ci attacca, ci difendiamo assieme. L’URSS non c’è piu’ e la Libia non solo non ha attaccato nessuno, ma ha avuto gli elogi della commissione diritti umani dell’ONU per i progressi fatti ( nel gruppo di lavoro c’è anche il Canada che poi ha attaccato….)
    * “Deleggittimato il capo dello Stato“: il capo dello Stato in questa vicenda ha travalicato due volte i suoi poteri. La prima volta quando ha annunziato – al posto del governo – che eravamo dalla parte antilibica. Posizione legittima se presa dal Parlamento, arbitraria se presa da altri. La seconda volta, Napolitano ha fatto solo l’elenco dell’iter svolto dalla pratica: il governo, il Consiglio supremo di Difesa e il Parlamento, dove però non c’è stato voto.Caro Fusi, il vero delegittimato è il Parlamento, la truffa consiste nel far credere che si può essere a favore e contro la guerra in contemporanea e restare uniti nel governo.

    Uniti da cosa? Non dall’interesse nazionale; non dal rispetto della Costituzione; non dall’amore per la pace; non dall’interesse economico della Nazione.

    Dal Corriere della collera

    La guerra di Libia e l’Italia: tra disinformazione e Alto Tradimento

    Berlusconi ha iniziato la disinformazione lanciando negli occhi della opposizione la pagliuzza dell’ammissione della rinunzia al nucleare in funzione antireferendum , così che la trave della guerra alla Libia è passata quasi inavvertita anche grazie alla irresponsabilità di Giorgio Napolitano,

    irresponsabilità politica si intende, a norma dell’articolo 89 della Costituzione. ( “nessun atto del presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità”)

    La responsabilità politica di questa triplice violazione dell’articolo 11 della Costituzione è tutta del Ministro della Difesa . Ricordiamo l’articolo nella sua intierezza anche grazie all’amico Gic che ce l’ha segnalato a suo tempo : ” L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

    consente, in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionale rivolte a tale scopo.“

    In realtà l’Italia – o meglio i suoi reggitori protempore - hanno adottato il bombardamento come mezzo di risoluzione di una controversia internazionale che, oltretutto, non ci riguarda ( è sorta tra i francoanglosassoni e Gheddafi e non per ragioni democratico- umanitarie. Gheddafi era dittatore da 40 anni. Infatti adesso parlano di libertà e non più di democrazia); hanno abdicato alla clausola della rinunzia alla sovranità in condizioni di parità. Vi sembra che siamo alla pari con USA, GB, e Francia? A me pare che siamo proni. Così sembra anche almeno a due ministri ( Bossi e Calderoli). Se una crisi di governo non si fa per la pace o per la guerra, su cosa la facciamo , aspettiamo qualche altra puttanella? Anche questa è disinformazione: serve a mantenere nell’ambito del centro destra i voti di chi ritiene maramaldesco bombardare ora e di chi non vuole una nuova avventura militare vicino a casa. Sicuri che finisca subito?

    La CEI ( conferenza episcopale italiana ) e i vari movimenti per la pace tacciono . Perché tace anche il popolo di Internet? Ma che Internet d’Egitto , o di Siria, mi vien da dire. Finiti i fondi del KGB, finito l’interesse per la pace . Finiti i cartelloni, finite le bandiere arcobaleno alle finestre.

    L’azione adottata viola anche l’ultima riga dell’art 11 in cui la Costituzione dice che l’Italia ” promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”( la pace e la giustizia tra le Nazioni). In realtà si sono fatti beffe con cinismo e sfrontatezza della delibera 1973 della Nazioni Unite che ordinava di salvaguardare la vita dei civili e non di massacrarne altri. Dell’articolo 11 della Costituzione, è rimasto solo il numero. Giochiamolo al lotto su tutte le ruote.

    La nostra Costituzione è diventata il documento di Paul Wolfowitz e Lewis Libby che va sotto il nome del Progetto per il nuovo secolo americano ( PNAC) che fu pubblicato dal New York times e dal Washington Post e risultò commissionato da Dick Cheney ministro USA della Difesa. Quel documento , ufficialmente riscritto, non è mai stato approvato dal Parlamento italiano e la sua supina applicazione è la migliore prova del reato di cui è responsabile politico Ignazio La Russa.

    Come ognuno può constatare, questa non è materia soggetta a interpretazione: è stato violato non solo lo spirito della Costituzione, ma anche la lettera e non un solo elemento, ma tutti quanti.

    La scorsa settimana ho preso la parole alla Camera – nella sala della Lupa – per commemorare Randolfo Pacciardi indimenticato ministro della Difesa e colui che propose al Consiglio dei Ministri l’adesione al Patto Atlantico. Alla cerimonia partecipava, oltre al padrone di casa Gian Franco Fini, anche l’ ex collega di governo e senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro e tra il folto pubblico , l’altro senatore a vita Emilio Colombo e Arturo Parisi ex ministro della Difesa nel governo Prodi , autentico e valente gentiluomo sardo .

    Mancava però una rappresentanza delle FFAA che in genere non si nega a nessuno, mentre erano presenti numerosi ufficiali in borghese a titolo personale, anche per la presenza del Generale Franco Angioni ( l’eroe del Libano) tra i commemoratori.

    Ho scritto al ministro augurandomi che gestisse i suoi affari personali meglio di come gestisce il ministero. Mi dispiace. Se adesso sono io a denunziarlo per Violazione della Costituzione e Alto Tradimento, diranno che ho voluto vendicarmi. C’è nessuno che mi sostituisca?


    Nasce la nuova Banca centrale libica. Made in UK da L'Aria che tira
    Miriam Pace
    Il Consiglio nazionale di transizione libico, ovvero il governo provvisorio dei ribelli anti-Gheddafi con sede a Bengasi, ha costituito una nuova Banca centrale che "deve agire come autorità monetaria competente in politiche monetarie in Libia", contrapponendosi alla Central Bank of Libia di Tripoli. Alla guida del nuovo istituto è stato nominato Ali El Sharif.
    La multinazionale bancaria inglese Hsbc è stata la prima a muoversi per supportare l'operazione. Un team di super-esperti del colosso londinese si trova già da tempo nella capitale cirenaica per allacciare i rapporti con la nuova entità. La posta in gioco è formata da cifre da capogiro. A chi andrà, infatti, la titolarità dei fondi sovrani libici, attualmente congelati nelle banche occidentali, soprattutto americane, inglesi, francesi, e che ammontano, secondo varie stime, tra i 100 e i 200 miliardi di dollari?.....

    Per l'Italia sono in ballo almeno sette miliardi, comprese le partecipazioni a Unicredit (7,5% del capitale sociale) e Finmeccanica (2%). Ma i fondi libici hanno soprattutto un impatto in Africa. La Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell'Africa subsahariana e la Libia è uno dei principali finanziatori delle autorità finanziarie multilaterali africane: la Banca africana d'investimento, con sede a Tripoli, il Fondo monetario africano (FMA), la Banca centrale africana.

    Chi controllerà i fondi sovrani libici si troverà improvvisamente ad avere le mani in pasta negli affari ed investimenti di mezza Africa. Un boccone che fa gola a molti.
  • PRIMA O POI GHEDDAFI REAGIRA’

    Ogni guerra è orrenda e lo è sempre di più se nasce in tempi moderni dove gli uomini dovrebbero avere acquisito maggiore coscienza. Ciò che dicono i politici riguardo alle ragioni "umanitarie", oltre ad essere falso è una subdola giustificazione nei confronti delle loro ambizioni e della loro avidità. Questi uomini sono responsabili dei veri crimini contro l'umanità perchè loro si sentono superiori ad essa. Chi si trova al vertice della piramide non è lì per caso.
    Verranno eventi che li metteranno faccia a faccia con le loro azioni. La giustizia di Cristo non si farà più attendere.

    Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.

    Quando le bugie sono troppo grandi la verità viene a galla
  • Quest'anno 2011 ricorre il centenario del colonialismo italiano in libia:

    Libia, Gheddafi: porteremo la guerra in Italia
    "Il vostro Paese ammazza i nostri figli, non posso impedire al mio popolo di vendicarsi"


    * BOMBE NATO SU TRIPOLI

    15:55 - "La guerra in Libia sarà trasferita anche nei territori italiani". Sono le minacce pronunciate da Gheddafi alla tv libica. "Io non posso impedire al mio popolo - ha detto il rais - di vendicarsi, perché l'Italia ammazza i nostri figli adesso come ha già fatto nel 1911". "I libici - ha affermato - vogliono solo trasferire la battaglia nei territori nemici". "Berlusconi - ha concluso - ha commesso un crimine autorizzando i bombardamenti".
    Tra noi e l'Italia ora "è guerra aperta", ha continuato il Colonnello, dicendo che l'Italia "ha ucciso i nostri figli nel 1911, all'epoca della colonizzazione, e ora lo fa di nuovo nel 2011". E' questo uno dei passaggi chiave del discorso alla tv di Stato, nel quale ha denunciato la decisione del governo Berlusconi di dare il via libera ai raid italiani sulla Libia.

    "Mi sono rattristato quando ho sentito i figli del popolo libico nei loro discorsi minacciare di trasferire la guerra in Italia. Hanno detto che orami è una guerra tra noi e l'Italia perché l'Italia ammazza i nostri figli adesso nel 2011 come ha fatto nel 1911. Quindi i libici hanno ragione in quel che dicono e io non posso porre un veto sulle decisione dei libici che vogliono difendere la loro vita e la loro terra e trasferire la battaglia nei territori nemici".

    Gheddafi contro il "nuovo colonialismo italiano"
    In Libia, ha detto il raìs, c'è il tentativo di imporre "un nuovo colonialismo italiano". "Volevamo parlare oggi del passato odioso con l'Italia ormai messo alle spalle anche con l'avvicinarsi del centenario della ricorrenza dell'invasione italiana alla Libia (nel 1911, ndr) - ha affermato il Colonnello -. Pensavamo di trattare con una nazione civile, ma con mio rammarico in questa ricorrenza invece di festeggiare la chiusura di questo triste capitolo ci troviamo oggi con un nuovo colonialismo italiano".

    "Crimine dell'amico Berlusconi"
    "Il mio amico Silvio Berlusconi ha commesso un crimine", ha ripreso Gheddafi, autorizzando i bombardamenti italiani sulla Libia. "Avete commesso un crimine - dice rivolgendosi all'Italia nel 96esimo anniversario della battaglia di Gardabiya contro gli italiani -, l'ha commesso il mio amico Berlusconi, l'ha commesso il Parlamento italiano. Ma ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia, né tanto meno la democrazia. Solo l'amico popolo italiano vuole la pace".

    Fonte: http://www.tgcom.mediaset.it
  • Talleyrand, Berlusconi e la Libia

    La sinistra è cretina. Troppo cretina. Tanto cretina che si terrà Berlusconi fin che campa (e i cinici e i paranoici campano moltissimo).

    Riepiloghiamo. Basta una telefonata di Obama perché Berlusconi, con una delle sue solite capriole, cambi radicalmente idea sul nostro impegno in Libia: dal “non bombarderemo mai” si passa all’autorizzazione ai Tornado a scagliare missili “su obiettivi mirati”. La Lega non ci sta. Un importante ministro come Roberto Calderoli dichiara: “Non voterò mai in Parlamento l’autorizzazione a bombardare la Libia”. Posizione ribadita dal líder maximo. È una spaccatura clamorosa nella maggioranza che, data l’importanza della questione, può portare all’immediata caduta del governo di Silvio Berlusconi che, con un comunicato ufficiale, si è già impegnato a obbedire al diktat di Obama.

    E cosa fa la sinistra? Invece di incoraggiare i leghisti va a fare le pulci al loro “niet” puntualizzandone solo le motivazioni meschine: l’aumento dei profughi e dei costi. In realtà, la Lega ha una lunga tradizione di ostilità alle missioni “umanitarie e democratiche” della Nato. Nel 1999 alcuni parlamentari leghisti andarono a Belgrado a fare gli “scudi umani” contro i bombardieri Nato che partivano dalla base di Aviano. Si sa che la Lega è contraria alla missione in Afghanistan e da tempo preme su Berlusconi perché ritiri il nostro contingente. E invece la sinistra con tutta la tradizione pacifista che ha alle spalle, a volte spinta fino ai limiti della vigliaccheria (“meglio rossi che morti”), ha subito in questi anni una mutazione antropologica: è diventata guerrafondaia per un soccombismo nei confronti degli americani che uguaglia quello di Berlusconi. E se la Lega dovesse tener duro e non votare in Parlamento la mozione che autorizza i Tornado a bombardare, sarebbe capace di appoggiare Berlusconi salvando così il governo che altrimenti cadrebbe come una pera cotta.

    Ma anche il presidente Napolitano non scherza. Ulcera Berlusconi su ogni virgola della Costituzione e ne viola, proprio lui, che ne è il supremo garante, uno degli articoli più importanti, l’articolo 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il generale Fabio Mini, che è stato capo di Stato Maggiore delle Forze Nato per il Sud Europa e nel 2002/2003 comandante del contingente italiano in Kosovo, ha dichiarato che “tutte le più recenti missioni della Nato, compresa quella in Libia, sono missioni di guerra”.

    Ma non c’è bisogno dell’autorità del generale Mini per capire che in Libia la Nato, a cui l’Italia, ubbidisce perinde ad cadaver, sta facendo una guerra. In partenza la Nato doveva salvare i civili libici dai bombardamenti di Gheddafi. Di fatto ha preso le parti di una delle due fazioni in campo invertendo i rapporti di forza: adesso a essere bombardato è Gheddafi che non può più bombardare. Né si capisce che senso abbia salvare i civili che stan dalla parte dei rivoltosi per ammazzare quelli che sono rimasti fedeli a Gheddafi. Una sinistra cogl…, un presidente della Repubblica che viola la Costituzione in modo flagrante. Vien voglia di passare dalla parte di Berlusconi. Perché è un delinquente, ma non è un cretino. E come diceva Talleyrand: “Preferisco i delinquenti ai cretini, perché i primi almeno ogni tanto si riposano”.

    Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2011


    NEL TENTATIVO DI FAR FUORI GHEDDAFI

    L'Italia è una repubblica fondata?


    LIBIA: ASSALTATE MISSIONI GB E ITALIA, L'ONU VA VIA

    21:45 01 MAG 2011

    (AGI) - Tripoli, 1 mag. - Il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, ha confermato la morte dell'ultimogenito di Muammar Gheddafi, ucciso da un raid Nato, in cui il rais e' invece rimasto illeso; e intanto, dopo gli assalti alle missioni diplomatiche italiana e britannica, anche l'Onu si prepara a lasciare Tripoli. L'annuncio di monsignor Martinelli -che ha anche chiesto una tregua nei bombardamenti ("per rispetto del dolore di un padre")- e' stata la prima conferma indipendente a una notizia che i ribelli definiscono propaganda e la Nato non conferma. "Saif al Arab e' morto: lo hanno detto i libici e siamo andati a vedere la salma e la casa sfondata da tre missili. Il giovane era andato a trovare un amico: sono morti lui, probabilmente l'amico, insieme a tre bambini, che non so chi siano. L'ultimogenito di Gheddafi non era un militare, ma un semplice civile, che ancora studiava".
    Martinelli, che in mattinata aveva visitato l'obitorio insieme ai responsabili delle diverse Chiese, ha chiesto "a chi governa di avere rispetto del dolore del padre: imploro di dare un po' di tregua per un senso di civilta' e di rispetto del dolore.
    Stanotte -ha aggiunto- e' stato un inferno: per lo meno per due/tre notti, diano un po' di tregua. Lo chiedo a chi governa e a chi ha la responsabilita' di gettare le bombe". I bambini erano piccolissimi: un maschio di due anni, due bimbe di 4 mesi e tre anni. La Russia, che ha chiesto un immediato cessate il fuoco, ha detto di aver seri dubbi che nel mirino non ci fossero proprio Gheddafi e la sua famiglia. I funerali, ha annunciato la tv libica, ci saranno domani, ma intanto stamane, poco dopo l'annuncio della tv, e' esplosa la rabbia. Sono state prese d'assalto e date alle fiamme le ambasciate britannica e italiana che sono sulla stessa strada, ma anche, secondo la Bbc, alcuni uffici delle Nazioni Unite. La Farnesina ha protestato vigorosamente: "atti vandalici". Londra ha espulso l'ambasciatore libico, dandogli 24 ore di tempo per lasciare il Paese; e le Nazioni Unite hanno annunciato che, di fronte alla difficile situazione che vive il Paese, stanno portando via il personale internazionale. Anche perche' la situazione sul terreno continua a essere instabile. Nella serata e' stata di nuovo bombardata Misurata, l'enclave da settimane assediata dalle forze lealiste. Il regime libico ha fatto sapere, attraverso la tv di Stato, di aver bombardato il porto per fermare la consegna di armi Nato agli insorti. Fonti locali hanno poi raccontato che il porto dell'enclave libico, dopo il pesante bombardamento, era in fiamme.
  • FINANZA/ 1. Quanti Bin Laden ci vogliono per "salvare" gli Usa?
    Mauro Bottarelli

    martedì 3 maggio 2011

    La parola d’ordine di oggi e di quanto accaduto ieri in Pakistan è una sola: premio di rischio. Lo ha confermato al Financial Times, El Erian, chief investment officer di Pimco, secondo cui «i mercati guarderanno alla morte di Osama Bin Laden come un’implicita riduzione della minaccia terroristica, come l’eliminazione di un rischio specifico e, per questo, come un elemento di abbassamento del premio di rischio». Evviva, tutti a investire in sicurezza!

    Il problema è che i mercati, a differenza dei governi e delle gente comune, difficilmente si fanno prendere in giro da notizie del genere: non perché siano popolati da gente più intelligente, ma perché hanno a che fare con i soldi. E nessuno ha voglia di perdere soldi, americani in testa. Due settimana fa preconizzavo l’arrivo di un conflitto come risposta alla crisi ormai mortale del debito Usa e alla necessità di alzarne il tetto massimo al fine di evitare un default: nessuna “false flag”, invece, il Dipartimento di Stato e la Cia hanno preferito tirar fuori dal cilindro la morte di Bin Laden, successo atteso da dieci anni e che casualmente è avvenuto nel corso della peggior crisi interna degli Usa a livello di conti pubblici, con un presidente passato in pochi giorni dall’umiliazione di dover mostrare il certificato di nascita in tv allo status di uomo che ha eliminato il responsabile dell’11 settembre, il vendicatore degli States, Capitan America.

    Signore e signori, la campagna elettorale per le presidenziali 2012 è ufficialmente aperta: e Obama lo sa, visto il crollo delle donazioni da parte di Wall Street che ha colpito i Democratici. Come vi dicevo, i mercati hanno bevuto la notizia per poco tempo: all’ora di pranzo, i rialzi in Europa erano tutti limati, l’euro risaliva sul dollaro e anche l’oro recuperava forza, passando da 1540 dollari l’oncia a 1557.

    Due gli effetti che si scontano: primo, i dubbi che stanno attorno alla vicenda. Tre versioni nel giro di poche ore da parte delle autorità Usa, il corpo sepolto in mare in base a una misconosciuta tradizione musulmana subito smentita dalle autorità della Grande Moschea del Cairo, una foto che la stessa Reuters ha definito da subito un frutto di Photoshop, il test del dna prima effettuato e poi invece ancora in corso in attesa dell’apertura di Wall Street con i futures che si sgonfiavano, la Cia che nel pieno di un cambio al proprio vertice mette a segno un colpo del genere e si affretta a dichiarare che i talebani si vendicheranno certamente e con violenza, di fatto rimettendo in servizio permanente effettivo la macchina della lotta al terrore. Va bene tutto, ma non siamo proprio venuti giù con la piena, come diceva il mio povero papà.

    Secondo, la reale dimensione della crisi Usa, un qualcosa che non si cura con l’eliminazione di un fattore di instabilità come Bin Laden, ammesso e non concesso che sia morto davvero ieri e non qualche anno fa. Oppure che sia ancora vivo. Oppure che non sia mai esistito. Poco importa. Ciò che importa è che l’effetto Bin Laden è riuscito in una delle sue missioni principali: sgonfiare il prezzo dell’argento, rendendo il suo commercio meno favorevole e appetibile e quindi evitando che i caveau del Comex restino vuoti visto l’obbligo di consegna. L’operazione, di fatto, è cominciata venerdì scorso, quando con una mossa senza precedenti il Chicago merchantile exchange ha alzato i margini sul contratto per l’argento da 14.513 dollari a 25.397 dollari, un aumento del 75% di quanto richiesto all’investitore per aprire una posizione e l’11% del valore del contratto, rispetto al precedente 6%.
    Voi come chiamate un atto simile? Io, dissuasione. E, in effetti, il combinato tra questa decisione e il breve apprezzamento del dollaro sulla scorta della notizia giunta dal Pakistan, ha fatto perdere all’argento il 10%, riportandolo nella più tranquillizzante area dei 45 dollari l’oncia, dopo giorni attorno ai 50 dollari. Al Cme hanno annunciato nuovi aumenti dei margini, «per combattere la volatilità sui mercati»: nemmeno i Monty Phyton sono mai giunti a livelli di umorismo inconsapevole tali. Il problema è uno solo: Washington, per riuscire a salvare Barack Obama nel 2012 e contemporaneamente evitare il default, dovrebbe uccidere un Bin Laden al giorno, solo così - forse - riuscirebbe a drogare anche le menti degli investitori, oltre che dei cittadini.

    Già, perché dopo la conferenza stampa di Ben Bernanke, durante la quale il capo della Fed ha confermato che i tassi resteranno a zero ancora per parecchio tempo, gli hedge funds hanno aumentato a dismisura le proprie scommesse short contro il dollaro. Al 26 aprile scorso, le scommesse sul declino del biglietto verde erano ormai a quota 28,6 miliardi di dollari, 3 miliardi in più del mese precedente stando a dati ufficiali diffusi dal Commodity futures trading company: ovvero, l’America che conta e investe, scommette contro la sua valuta. E, di fatto, contro il suo governo e la sua autorità monetaria, entrambe impegnate nel deprezzamento del biglietto verde.

    Sempre in base ai dati del Cftc, i traders stanno lanciandosi su euro e sterlina britannica: 12 miliardi di dollari scommessi sulla divisa comune europea, con un aumento del 12% rispetto alla settimana precedente e 3,5 miliardi di dollari in posizioni long sulla sterlina, con un aumento del 13%. Insomma, a parte lo yen - per evidenti motivi - ogni valuta al mondo è più gradita agli investitori del dollaro: non c’è da biasimarli, visto che nel giorno che vedeva l’America eliminare il suo più grande nemico, il dollaro ha retto sì e no per un’oretta sui mercati valutari prima di scendere.

    D’altronde, con Ben Bernanke impegnato a stampare dollari come un forsennato, è difficile pensare che il biglietto verde mantenga un peso specifico superiore a quello di una piuma. La Fed, d’altronde, ha fatto capire chiaramente, per bocca del suo capo, che i tassi non saranno rivisti al rialzo prima dell’inizio del 2012. Inoltre, sempre Bernanke ha ribadito che la Fed compirà qualsiasi atto necessario alla ripresa economica americana, confermando che il secondo ciclo di quantitative easing verrà completato. Detto fatto, uno spasmo di gioia sintetica ha percorso Wall Street.

    Peccato che nel mondo reale le cose vadano diversamente: la crescita Usa, infatti, sta calando velocemente, con il Pil annualizzato cresciuto solo dell’1,8% durante i primi tre mesi di quest’anno, in calo dal 3,1% del trimestre precedente. L’America è e resta prigioniera del debito sovrano, commerciale e privato. Ma si sa, il mondo reale è una cosa, quello dell’azionario drogato dalla Fed un’altra: subito dopo le parole di Bernanke, l’azionario Usa ha toccato il livello più alto dalla crisi dei subprime, con il Nasdaq che chiudeva ai massimi da dieci anni. La Fed, insomma, continua a stampare moneta virtuale per mantenere artificialmente in vita il sistema: per la fine di giugno, avrà comprato 600 miliardi di dollari in Treasuries a lungo termine, un’operazione che di fatto vede il governo Usa comprare il suo stesso debito da fondi creati ex nihilo.
  • FINANZA/ 1. Quanti Bin Laden ci vogliono per "salvare" gli Usa?
    Mauro Bottarelli

    martedì 3 maggio 2011

    La parola d’ordine di oggi e di quanto accaduto ieri in Pakistan è una sola: premio di rischio. Lo ha confermato al Financial Times, El Erian, chief investment officer di Pimco, secondo cui «i mercati guarderanno alla morte di Osama Bin Laden come un’implicita riduzione della minaccia terroristica, come l’eliminazione di un rischio specifico e, per questo, come un elemento di abbassamento del premio di rischio». Evviva, tutti a investire in sicurezza!

    Il problema è che i mercati, a differenza dei governi e delle gente comune, difficilmente si fanno prendere in giro da notizie del genere: non perché siano popolati da gente più intelligente, ma perché hanno a che fare con i soldi. E nessuno ha voglia di perdere soldi, americani in testa. Due settimana fa preconizzavo l’arrivo di un conflitto come risposta alla crisi ormai mortale del debito Usa e alla necessità di alzarne il tetto massimo al fine di evitare un default: nessuna “false flag”, invece, il Dipartimento di Stato e la Cia hanno preferito tirar fuori dal cilindro la morte di Bin Laden, successo atteso da dieci anni e che casualmente è avvenuto nel corso della peggior crisi interna degli Usa a livello di conti pubblici, con un presidente passato in pochi giorni dall’umiliazione di dover mostrare il certificato di nascita in tv allo status di uomo che ha eliminato il responsabile dell’11 settembre, il vendicatore degli States, Capitan America.

    Signore e signori, la campagna elettorale per le presidenziali 2012 è ufficialmente aperta: e Obama lo sa, visto il crollo delle donazioni da parte di Wall Street che ha colpito i Democratici. Come vi dicevo, i mercati hanno bevuto la notizia per poco tempo: all’ora di pranzo, i rialzi in Europa erano tutti limati, l’euro risaliva sul dollaro e anche l’oro recuperava forza, passando da 1540 dollari l’oncia a 1557.

    Due gli effetti che si scontano: primo, i dubbi che stanno attorno alla vicenda. Tre versioni nel giro di poche ore da parte delle autorità Usa, il corpo sepolto in mare in base a una misconosciuta tradizione musulmana subito smentita dalle autorità della Grande Moschea del Cairo, una foto che la stessa Reuters ha definito da subito un frutto di Photoshop, il test del dna prima effettuato e poi invece ancora in corso in attesa dell’apertura di Wall Street con i futures che si sgonfiavano, la Cia che nel pieno di un cambio al proprio vertice mette a segno un colpo del genere e si affretta a dichiarare che i talebani si vendicheranno certamente e con violenza, di fatto rimettendo in servizio permanente effettivo la macchina della lotta al terrore. Va bene tutto, ma non siamo proprio venuti giù con la piena, come diceva il mio povero papà.

    Secondo, la reale dimensione della crisi Usa, un qualcosa che non si cura con l’eliminazione di un fattore di instabilità come Bin Laden, ammesso e non concesso che sia morto davvero ieri e non qualche anno fa. Oppure che sia ancora vivo. Oppure che non sia mai esistito. Poco importa. Ciò che importa è che l’effetto Bin Laden è riuscito in una delle sue missioni principali: sgonfiare il prezzo dell’argento, rendendo il suo commercio meno favorevole e appetibile e quindi evitando che i caveau del Comex restino vuoti visto l’obbligo di consegna. L’operazione, di fatto, è cominciata venerdì scorso, quando con una mossa senza precedenti il Chicago merchantile exchange ha alzato i margini sul contratto per l’argento da 14.513 dollari a 25.397 dollari, un aumento del 75% di quanto richiesto all’investitore per aprire una posizione e l’11% del valore del contratto, rispetto al precedente 6%.
    Voi come chiamate un atto simile? Io, dissuasione. E, in effetti, il combinato tra questa decisione e il breve apprezzamento del dollaro sulla scorta della notizia giunta dal Pakistan, ha fatto perdere all’argento il 10%, riportandolo nella più tranquillizzante area dei 45 dollari l’oncia, dopo giorni attorno ai 50 dollari. Al Cme hanno annunciato nuovi aumenti dei margini, «per combattere la volatilità sui mercati»: nemmeno i Monty Phyton sono mai giunti a livelli di umorismo inconsapevole tali. Il problema è uno solo: Washington, per riuscire a salvare Barack Obama nel 2012 e contemporaneamente evitare il default, dovrebbe uccidere un Bin Laden al giorno, solo così - forse - riuscirebbe a drogare anche le menti degli investitori, oltre che dei cittadini.

    Già, perché dopo la conferenza stampa di Ben Bernanke, durante la quale il capo della Fed ha confermato che i tassi resteranno a zero ancora per parecchio tempo, gli hedge funds hanno aumentato a dismisura le proprie scommesse short contro il dollaro. Al 26 aprile scorso, le scommesse sul declino del biglietto verde erano ormai a quota 28,6 miliardi di dollari, 3 miliardi in più del mese precedente stando a dati ufficiali diffusi dal Commodity futures trading company: ovvero, l’America che conta e investe, scommette contro la sua valuta. E, di fatto, contro il suo governo e la sua autorità monetaria, entrambe impegnate nel deprezzamento del biglietto verde.

    Sempre in base ai dati del Cftc, i traders stanno lanciandosi su euro e sterlina britannica: 12 miliardi di dollari scommessi sulla divisa comune europea, con un aumento del 12% rispetto alla settimana precedente e 3,5 miliardi di dollari in posizioni long sulla sterlina, con un aumento del 13%. Insomma, a parte lo yen - per evidenti motivi - ogni valuta al mondo è più gradita agli investitori del dollaro: non c’è da biasimarli, visto che nel giorno che vedeva l’America eliminare il suo più grande nemico, il dollaro ha retto sì e no per un’oretta sui mercati valutari prima di scendere.

    D’altronde, con Ben Bernanke impegnato a stampare dollari come un forsennato, è difficile pensare che il biglietto verde mantenga un peso specifico superiore a quello di una piuma. La Fed, d’altronde, ha fatto capire chiaramente, per bocca del suo capo, che i tassi non saranno rivisti al rialzo prima dell’inizio del 2012. Inoltre, sempre Bernanke ha ribadito che la Fed compirà qualsiasi atto necessario alla ripresa economica americana, confermando che il secondo ciclo di quantitative easing verrà completato. Detto fatto, uno spasmo di gioia sintetica ha percorso Wall Street.

    Peccato che nel mondo reale le cose vadano diversamente: la crescita Usa, infatti, sta calando velocemente, con il Pil annualizzato cresciuto solo dell’1,8% durante i primi tre mesi di quest’anno, in calo dal 3,1% del trimestre precedente. L’America è e resta prigioniera del debito sovrano, commerciale e privato. Ma si sa, il mondo reale è una cosa, quello dell’azionario drogato dalla Fed un’altra: subito dopo le parole di Bernanke, l’azionario Usa ha toccato il livello più alto dalla crisi dei subprime, con il Nasdaq che chiudeva ai massimi da dieci anni. La Fed, insomma, continua a stampare moneta virtuale per mantenere artificialmente in vita il sistema: per la fine di giugno, avrà comprato 600 miliardi di dollari in Treasuries a lungo termine, un’operazione che di fatto vede il governo Usa comprare il suo stesso debito da fondi creati ex nihilo.
  • FINANZA/ 1. Quanti Bin Laden ci vogliono per "salvare" gli Usa?
    Mauro Bottarelli

    martedì 3 maggio 2011

    La parola d’ordine di oggi e di quanto accaduto ieri in Pakistan è una sola: premio di rischio. Lo ha confermato al Financial Times, El Erian, chief investment officer di Pimco, secondo cui «i mercati guarderanno alla morte di Osama Bin Laden come un’implicita riduzione della minaccia terroristica, come l’eliminazione di un rischio specifico e, per questo, come un elemento di abbassamento del premio di rischio». Evviva, tutti a investire in sicurezza!

    Il problema è che i mercati, a differenza dei governi e delle gente comune, difficilmente si fanno prendere in giro da notizie del genere: non perché siano popolati da gente più intelligente, ma perché hanno a che fare con i soldi. E nessuno ha voglia di perdere soldi, americani in testa. Due settimana fa preconizzavo l’arrivo di un conflitto come risposta alla crisi ormai mortale del debito Usa e alla necessità di alzarne il tetto massimo al fine di evitare un default: nessuna “false flag”, invece, il Dipartimento di Stato e la Cia hanno preferito tirar fuori dal cilindro la morte di Bin Laden, successo atteso da dieci anni e che casualmente è avvenuto nel corso della peggior crisi interna degli Usa a livello di conti pubblici, con un presidente passato in pochi giorni dall’umiliazione di dover mostrare il certificato di nascita in tv allo status di uomo che ha eliminato il responsabile dell’11 settembre, il vendicatore degli States, Capitan America.

    Signore e signori, la campagna elettorale per le presidenziali 2012 è ufficialmente aperta: e Obama lo sa, visto il crollo delle donazioni da parte di Wall Street che ha colpito i Democratici. Come vi dicevo, i mercati hanno bevuto la notizia per poco tempo: all’ora di pranzo, i rialzi in Europa erano tutti limati, l’euro risaliva sul dollaro e anche l’oro recuperava forza, passando da 1540 dollari l’oncia a 1557.

    Due gli effetti che si scontano: primo, i dubbi che stanno attorno alla vicenda. Tre versioni nel giro di poche ore da parte delle autorità Usa, il corpo sepolto in mare in base a una misconosciuta tradizione musulmana subito smentita dalle autorità della Grande Moschea del Cairo, una foto che la stessa Reuters ha definito da subito un frutto di Photoshop, il test del dna prima effettuato e poi invece ancora in corso in attesa dell’apertura di Wall Street con i futures che si sgonfiavano, la Cia che nel pieno di un cambio al proprio vertice mette a segno un colpo del genere e si affretta a dichiarare che i talebani si vendicheranno certamente e con violenza, di fatto rimettendo in servizio permanente effettivo la macchina della lotta al terrore. Va bene tutto, ma non siamo proprio venuti giù con la piena, come diceva il mio povero papà.

    Secondo, la reale dimensione della crisi Usa, un qualcosa che non si cura con l’eliminazione di un fattore di instabilità come Bin Laden, ammesso e non concesso che sia morto davvero ieri e non qualche anno fa. Oppure che sia ancora vivo. Oppure che non sia mai esistito. Poco importa. Ciò che importa è che l’effetto Bin Laden è riuscito in una delle sue missioni principali: sgonfiare il prezzo dell’argento, rendendo il suo commercio meno favorevole e appetibile e quindi evitando che i caveau del Comex restino vuoti visto l’obbligo di consegna. L’operazione, di fatto, è cominciata venerdì scorso, quando con una mossa senza precedenti il Chicago merchantile exchange ha alzato i margini sul contratto per l’argento da 14.513 dollari a 25.397 dollari, un aumento del 75% di quanto richiesto all’investitore per aprire una posizione e l’11% del valore del contratto, rispetto al precedente 6%.
    Voi come chiamate un atto simile? Io, dissuasione. E, in effetti, il combinato tra questa decisione e il breve apprezzamento del dollaro sulla scorta della notizia giunta dal Pakistan, ha fatto perdere all’argento il 10%, riportandolo nella più tranquillizzante area dei 45 dollari l’oncia, dopo giorni attorno ai 50 dollari. Al Cme hanno annunciato nuovi aumenti dei margini, «per combattere la volatilità sui mercati»: nemmeno i Monty Phyton sono mai giunti a livelli di umorismo inconsapevole tali. Il problema è uno solo: Washington, per riuscire a salvare Barack Obama nel 2012 e contemporaneamente evitare il default, dovrebbe uccidere un Bin Laden al giorno, solo così - forse - riuscirebbe a drogare anche le menti degli investitori, oltre che dei cittadini.

    Già, perché dopo la conferenza stampa di Ben Bernanke, durante la quale il capo della Fed ha confermato che i tassi resteranno a zero ancora per parecchio tempo, gli hedge funds hanno aumentato a dismisura le proprie scommesse short contro il dollaro. Al 26 aprile scorso, le scommesse sul declino del biglietto verde erano ormai a quota 28,6 miliardi di dollari, 3 miliardi in più del mese precedente stando a dati ufficiali diffusi dal Commodity futures trading company: ovvero, l’America che conta e investe, scommette contro la sua valuta. E, di fatto, contro il suo governo e la sua autorità monetaria, entrambe impegnate nel deprezzamento del biglietto verde.

    Sempre in base ai dati del Cftc, i traders stanno lanciandosi su euro e sterlina britannica: 12 miliardi di dollari scommessi sulla divisa comune europea, con un aumento del 12% rispetto alla settimana precedente e 3,5 miliardi di dollari in posizioni long sulla sterlina, con un aumento del 13%. Insomma, a parte lo yen - per evidenti motivi - ogni valuta al mondo è più gradita agli investitori del dollaro: non c’è da biasimarli, visto che nel giorno che vedeva l’America eliminare il suo più grande nemico, il dollaro ha retto sì e no per un’oretta sui mercati valutari prima di scendere.

    D’altronde, con Ben Bernanke impegnato a stampare dollari come un forsennato, è difficile pensare che il biglietto verde mantenga un peso specifico superiore a quello di una piuma. La Fed, d’altronde, ha fatto capire chiaramente, per bocca del suo capo, che i tassi non saranno rivisti al rialzo prima dell’inizio del 2012. Inoltre, sempre Bernanke ha ribadito che la Fed compirà qualsiasi atto necessario alla ripresa economica americana, confermando che il secondo ciclo di quantitative easing verrà completato. Detto fatto, uno spasmo di gioia sintetica ha percorso Wall Street.

    Peccato che nel mondo reale le cose vadano diversamente: la crescita Usa, infatti, sta calando velocemente, con il Pil annualizzato cresciuto solo dell’1,8% durante i primi tre mesi di quest’anno, in calo dal 3,1% del trimestre precedente. L’America è e resta prigioniera del debito sovrano, commerciale e privato. Ma si sa, il mondo reale è una cosa, quello dell’azionario drogato dalla Fed un’altra: subito dopo le parole di Bernanke, l’azionario Usa ha toccato il livello più alto dalla crisi dei subprime, con il Nasdaq che chiudeva ai massimi da dieci anni. La Fed, insomma, continua a stampare moneta virtuale per mantenere artificialmente in vita il sistema: per la fine di giugno, avrà comprato 600 miliardi di dollari in Treasuries a lungo termine, un’operazione che di fatto vede il governo Usa comprare il suo stesso debito da fondi creati ex nihilo.
  • Un video da vedere sulla Libia:
    Il Punto - mercoledì 27 aprile 2011 - Speciale con Joe Fallisi in diretta web

    Ascoltatelo...dedicate un ora a questo video. Ne vale la pena.
  • Ogni giorno mi capita di leggere dichiarazioni di ministri del nostro governo e di quelli francesi riguardo all'intervento umanitario in libia. Gli inglesi ne parlano meno ... hanno più pudore. E ogni giorno le loro parole mi provocano il vomito. Evidentemente non sono vaccinato come il resto degli italiani. E mi chiedo perchè devo rompere le scatole a voi.
    Saluti
  • loveovergold said:
    Evidentemente non sono vaccinato come il resto degli italiani. E mi chiedo perchè devo rompere le scatole a voi.

    in effetti a me le cose incomincino a scivolarmi addosso (ne sento troppe al giorno).
    Magari più gente rompesse le scatole...
  • Purtroppo è una macchina da guerra terribile quella che è stata messa in azione. L'informazione manca perchè i giornalisti non fanno più un lavoro indipendente. Sono al soldo degli interessi "più grandi" quelli che giustificano il genocidio delle popolazioni arabe e della loro cultura. Iraq, afganistan ecc. La Libia non meritava una cosa del genere e a parer mio neppure Gheddafi. Fino a che non saremo toccati personalmente staremo a guardare e nel frattempo la macchina da guerra avrà limitato sempre più anche la nostra libertà. Allora quando proveremo a dire no avremo contro la macchina militare.
    Hanno dimostrato di non avere nessun rigore intellettuale, nessuna morale e tanto meno senso della giustizia. Non conosciamo i programmi USA ma non c'è da aspettarsi niente di buono.
  • Libia/ Tpi chiederà tre arresti; Nato, andiamo avanti-punto Questo fa proprio vomitare... ci vuole altro che il pelo sullo stomaco!
    Porca paletta ma l'opinione pubblica resta in silenzio? ... come è possibile? Dicono di avere a cuore i civili. Quali quelli di benghazi ovviamente mentre quelli di Tripoli si possono uccidere. Ma la cosa incredibile è che bombardando dal cielo con l'uranio impoverito gli effetti immediati delle polveri sono tumori e leucemie. Poi le polveri che restano sul terreno entreranno nel ciclo della natura e produrranno modificazioni genetiche per chi dovrà vivere in quei territori. Ma dico questo è considerato aiuto umanitario?
    Potrei postare le foto della Squadra della morte USA. Non l'ho fatto per sensibilità nei vostri confronti. Sono terribili. Bambini tagliati a metà dalle bombe. Soldati che ridono e sfregiano i morti. E fosse il primo abominio. Fallujah cercate questo nome con google.
  • DI IGNACIO RAMONET
    ATTAC

    Ha 93 anni. Si chiama Stéphane Hessel. E la storia della sua vita è un favoloso romanzo. Lo era già, in un certo modo, ancor prima che nascesse. Qualcuno magari ricorda quel film di François Truffaut, "Jules e Jim". Bene, la donna anticonformista, interpretata da Jeanne Moreau, e uno dei suoi due amanti (1), Jules, ebreo tedesco traduttore di Proust, furono i suoi genitori. Nell'atmosfera artistica della Parigi degli anni 1920 e 1930, Stéphane Hessel crebbe circondato dagli amici di famiglia, tra i quali il filosofo Walter Benjamín, il dadaista Marcel Duchamp e lo scultore Calder.

    Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si arruolò nella Resistenza e si unì, a Londra, alla squadra del generale De Gaulle, che gli affidò una pericolosa missione in territorio francese. Arrestato dai nazisti, fu torturato e deportato al campo di concentramento di Buchenwald, da dove provò, una e più volte, a fuggire. Fu catturato e condannato alla forca.
    Sul punto di essere giustiziato, si appropriò dell'identità di un morto e riescì finalmente a fuggire. Si unì alla lotta per la liberazione della Francia ispirata nei principi del Consiglio Nazionale della Resistenza che prometteva una democrazia sociale, la nazionalizzazione dei settori energetici, delle compagnie assicurative, della banca e la creazione del Previdenza Sociale.

    Dopo la vittoria, De Gaulle lo inviò (aveva appena 28 anni) a New York, all'ONU, i cui fondamenti teorici si stavano creando allora. Qui Hessel partecipò nel 1948 all'elaborazione e alla redazione di uno dei documenti più importanti degli ultimi sei decenni: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
    Tornato a Parigi si integrò nel gabinetto socialista di Pierre Mendès-France che avviò la decolonizzazione, mise fine alla guerra in Indocina e preparò l'indipendenza di Tunisia e Marocco. Gli anni più recenti, questo nobile e persistente difensore delle giuste cause, diplomatico di professione, li ha consacrati a protestare senza riposo contro il trattamento dispensato ai 'clandestini', agli zingari e a tutti gli immigrati.

    E se oggi ci riferiamo a lui, è perché ha appena pubblicato un libretto, più che altro un breve libello politico di 30 pagine, divenuto - nella Francia popolare che si ribella contro la regressione sociale - un eccezionale successo editoriale e un fenomeno sociale.
    Grazie al passaparola, e soprattutto ai nuovi social network, il testo, disdegnato all'inizio dai mezzi d’informazione dominanti, è riuscito a superare le censure e a riempire di speranza migliaia di cuori. In poche settimane, di questo libello, con le ingiustizie più infamanti, se ne sono venduti (costa 3 euro) più di 650.000 copie, qualcosa di mai visto. Il suo titolo, un imperativo: "Indignatevi!" (2).

    Dice Balzac che il libello "è il sarcasmo convertito in palla di cannone". Aggiunge Stéphane Hessel che l'indignazione è la polvere da sparo di ogni esplosione sociale. Dirigendosi ai suoi lettori gli raccomanda: "Desidero che troviate un motivo d’indignazione. È importante. Perché quando qualcosa c'indigna, ci convertiamo in militanti, ci sentiamo impegnati e allora la nostra forza diventa irresistibile."

    I motivi di indignazione non scarseggiano: in questo mondo, dice Hessel, ci sono cose insopportabili. Al primo posto, la natura del sistema economico che è responsabile dell'attuale devastante crisi. La dittatura internazionale dei mercati internazionali costituisce, secondo lui, una minaccia per la pace e la democrazia. Mai, afferma, il potere del denaro fu tanto smisurato, tanto insolente e tanto egoista, e mai prima d’ora i fedeli servitori del Signor Denaro si situarono così in alto nelle massime sfere dello Stato.

    Al secondo posto, Hessel denuncia il divario crescente tra quelli che non hanno quasi niente e quelli che possiedono quasi tutto: mai era stata così profonda la breccia tra i più poveri ed i più ricchi; né tanto sfacciato la foga nello schiacciare il prossimo e l'avidità per il denaro. Con ragionevolezza, suggerisce due semplici proposte: che l'interesse generale s’imponga sugli interessi particolari, e che una giusta ripartizione della ricchezza, creata dai lavoratori, abbia la priorità sugli egoismi del potere del denaro.

    In tema di politica internazionale, Hessel afferma che la sua "principale indignazione" è il conflitto israelo-palestinese. Raccomanda che si legga l'indagine di Richard Goldstone del settembre di 2009 su Gaza (3) nella quale - questo giudice sudafricano, ebreo, che perfino si dichiara sionista - accusa l'esercito israeliano. Racconta della sua recente visita a Gaza - una prigione a cielo aperto per un milione e mezzo di palestinesi. Un'esperienza che lo spaventa e lo agita. Anche se non per questo rinnega la non-violenza. Al contrario, riafferma che "il terrorismo è inaccettabile", non solo per ragioni etiche, ma anche perché, all'essere un'espressione della disperazione, non risulta efficace alla sua propria causa dato che non permette di ottenere i risultati che la speranza può eventualmente garantire.

    Hessel si rifá al ricordo di Nelson Mandela e di Martín Luther King. Essi, dice, c'indicano la strada che dobbiamo imparare a seguire. Perché, per avanzare, esiste solo una percorso da seguire: appoggiarci ai nostri diritti la cui violazione - sia chi sia il suo autore - deve provocare la nostra indignazione. Non indulgiamo mai coi nostri diritti!

    Per finire, si dichiara sostenitore di un'"insurrezione pacifica", in particolare contro i mezzi di comunicazione che sono nelle mani del potere del denaro, che solo propone ai cittadini il consumo di massa, il disprezzo verso gli umili e verso la cultura, l'amnesia generalizzata e una competizione ad oltranza di tutti contro tutti.

    Stéphane Hessel ha saputo esprimere con parole quello che tanti di noi cittadini colpiti dalla crisi e dalle misure di regressione sociale sentiamo in fondo a noi stessi. Quel sentimento della privazione dei propri diritti, questa voglia pungente di disobbedire, quel desiderio di gridare fino a perdere il fiato, quella voglia infine di protestare senza sapere come...

    Tutti aspettano ora una seconda uscita. Il cui titolo, logicamente, può essere solo: "Ribellatevi!"

    Note:

    (1) L'altro era Pierre-Henri Roché, autore del romanzo con lo stesso titolo e portata allo schermo per François Truffaut.

    (2) Stéphane Hessel, Indignez-vous!, Indigène éditions, Montpellier, 2010.

    (3) NDLR: "Human Rights In Palestine And Other Occupied Arab Territories. Report of the United Nations Fact Finding Mission on the Gaza Conflict", Nazioni Unite, New York, 15 settembre 2009.

    Titolo originale: "¡Indignaos! "

    Fonte: http://www.attac.es
    Link: http://www.attac.es/indignaos

    Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da LILIANA BENASSI


    RIFLESSIONI SULL’ANNUNCIO UFFICIALE DELLA MORTE DI OSAMA BIN LADEN


    E se Osama fosse morto già molti anni fa?

    Che carino il Gruppo di contatto... io preferisco chiamarlo Gruppo dei malfattori.
  • Da L'Unità

    Il valzer di Berlusconi: Missione in Libia?
    Mi ha costretto il Parlamento, non ci dormo la notte

    «Io sono preoccupato, sono molto preoccupato, tanto che non ci dormo la notte, anche perché la situazione è abbastanza diversa rispetto a quello che è accaduto in Egitto e in Tunisia. In Libia il conflitto è interno, si tratta di una lotta tra un potere, quello indipendentista della cirenaica, contro il potere centrale di Gheddafi e della regione di Tripoli. Si tratta di una guerra civile interna, speriamo che tutto questo possa trovare soluzione senza aumentare il numero delle vittime civili». E' quanto dichiara il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, parlando della crisi in libia ai microfoni di Gold Tv.

    «Il clima è assolutamente sereno. Di fronte ad un emergenza come la Libia che non era prevedibile e che non era nel programma, su cui non è mai venuto meno l'accordo, abbiamo avuto posizioni lievemente differenti». E' quanto dichiara il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, in una intervista rilasciata a Gold Tv, in merito alle tensioni con la Lega Nord sulla mozione relativa all'intervento italiano in Libia. «Anche io non condividevo quella che è stata l'azione della coalizione dei volenterosi - aggiunge Berlusconi -. Solo che c'è stata una risoluzione Onu votata dalle commissioni congiunte Esteri e Difesa del Parlamento ed io sono dovuto andare a Parigi ed unirmi agli altri paesi perché il Parlamento aveva deciso».

    Dichiarazioni “lunari” del presidente del consiglio che solo qualche giorno fa aveva rassicurato il suo collega Obama a proposito dell'impegno italiano in Libia: «Nel corso del colloquio – spiegava il comunicato di Palazzo Chigi – il Presidente Berlusconi ha informato il Presidente Obama che l'Italia ha deciso di aumentare l'efficacia della missione intrapresa in Libia».
    5 maggio 2011


    Ecco qui Berlusconi dimostra di essere molto migliore di quel "senza dignità" di Frattini. Di essere migliore di Napolitano, di tutto il partito democratico e della lega. Evidentemente un briciolo di dignità gli è rimasta.
    Ammesso che le sue parole siano sincere, ma io in parte lo credo, vedo che non era a conoscenza del progetto d'invasione della Libia da parte USA, Gran Bretagna e Francia portato avanti già da ottobre 2010.
  • COS'È L’OUTSOURCING?

    Questo video su youtube mostra immagini di Tripoli e Benghasi La verità sulla Libia
  • E mentre Berlusconi confessa di non dormire la notte per la Libia... e magari, penso io, per aver tradito l'amico Gheddafi .... loro che sono così solerti nel Gruppo dei Malfattori mostrano gioia e sorrisi image ... che se li possino mangiari i pescicani!!

    Ascoltate ... ascoltate ...la clinton(la scrivo minuscolo di proposito)
    IN 1/2 ORA HILLARY CLINTON ANNUNCIA: “I BUNKER DI GHEDDAFI BERSAGLI LEGITTIMI”. DOMANI L’INTERVISTA SU RAI3

    Roba da far venire la pelle d'oca ai coccodrilli!! Spero quanto prima nella seconda venuta di Cristo.

    SETUN SHENAR E I FRATELLI AGLI ABITANTI DELLA TERRA:

    SE CONTINUERETE AD ESSERE GOVERNATI DA CRIMINALI SENZA SCRUPOLI, ASSASSINI EFFERATI, AVIDI DI SANGUE E DI POTERE, LA RAZZA UMANA, LA VOSTRA, È DESTINATA ALL’ESTINZIONE.
    SE LE VOSTRE RELIGIONI, TUTTE, NON SI SPOGLIANO DEI TESORI ACCUMULATI, NON SI ALLONTANANO DALLA CORRUZIONE DEL POTERE E NON SI PENTONO DI ESSERE LE MERETRICI DI MAMMONA, DI VIVERE NELL’ARROGANZA E NELLA PRESUNZIONE DI POSSEDERE LA VERITÀ, NON ENTRERANNO NEL REGNO DI DIO E NON PERMETTERANNO A MILIARDI DI ANIME DI FARLO (LUCA 11, 47-54).
    VI ABBIAMO DETTO CHE ABBIAMO UN PIANO PER POTER PORRE IN SALVO IL SALVABILE, QUESTO PROGETTO IN CASO DI CONFLITTO NUCLEARE VIENE POSTO IN ESSERE IMMEDIATAMENTE E ALCUNI MILIONI DI PERSONE SARANNO EVACUATE IN LUOGHI SICURI PER LA LORO SOPRAVVIVENZA. IN OGNI CASO, AVENDO IL MONARCA UNIVERSALE (IL LOGOS CRISTICO) STABILITO E ORDINATO CHE LA MADRE TERRA SARÀ PURIFICATA DA OGNI MALE, VI INVITIAMO AD ESSERE SERENI ED AVERE FEDE. I SOPRAVVISSUTI ALL’ESTINZIONE UMANA COSTRUIRANNO CON IL NOSTRO AIUTO UNA NUOVA E SUPER CIVILTÀ SUL PIANETA TERRA, IN UNA NUOVA ERA DI PACE E D’AMORE.
    CIÒ CHE NON POSSIAMO EVITARE SONO I PROSSIMI EVENTI CHE I POTENTI DESIDERANO ORGANIZZARE E CIOÈ UNA GUERRA MONDIALE USANDO L’ENERGIA NUCLEARE E ARMI ATOMICHE.
    POTRESTE EVITARLO, SE VOLETE, MA LA SPERANZA È DIVENUTA UNA PALLIDA STATUA DI MARMO.
    RIPETIAMO ANCORA UNA VOLTA E PER SEMPRE, CHE I GIUSTI, I MANSUETI, GLI ASSETTATI D’AMORE E DI PACE NON DEVONO TEMERE NULLA PERCHÉ IL GIORNO DEL SIGNORE GESÙ CRISTO È PROSSIMO A MANIFESTARSI. IL GIORNO DEL TRIONFO DELLA GIUSTIZIA DIVINA E DELL’INSTAURAZIONE DEL REGNO DI DIO SULLA TERRA.
    PACE!
    SETUN SHENAR E I FRATELLI
    SALUTANO CON AMORE

    Sant’Elpidio a Mare (Italia)
    7 maggio 2011. Ore 10:41
    Giorgio Bongiovanni
    Stigmatizzato

    Ecco dove sono le 90 bombe atomiche che l’Italia nasconde per conto degli americani e in caso di guerra saremo uno degli obiettivi.
  • imageLasciati morire in mare. Il Mediterraneo è una tomba
    Le marine militari di diversi paesi non avrebbero soccorso un barcone alla deriva secondo la denuncia del quotidiano inglese


    Alla fine di marzo parte dalla Libia uno dei tanti barconi dei migranti diretti verso Lampedusa. I problemi iniziano presto, finisce il carburante e il natante è alla deriva. A bordo 72 migranti africani, fra di loro donne e bambini. Nonostante la presenza di navi militari, di due aerei, di un elicottero che incrociano il barcone, e dell'allerta lanciata da Roma dal prete eritreo padre Moses Zerai, nessun paese interviene. !6 giorni di deriva. Si salvano solo in 11. La Nato nega tutto ma la denuncia è quella del quotidiano inglese The Guardian.


    Il Mar Mediterraneo è sempre di più una tomba. Il recentissimo naufragio, scoperto pochi giorni fa, di un barcone diretto verso Lampedusa, è solo l'ultimo di una lunga serie. A bordo uomini, donne e tanti bambini. Proveniva dalla Libia da dove cominciano ad arrivare in massa immigrati africani.

    Ora c'è anche la notizia riportata dal quotidiano inglese The Guardian sulla quale si sta tentando faticosamente di fare luce, che parla di enormi responsabilità da parte delle marine militari di diversi paesi. La storia è questa: una barca lascia Tripoli il 25 marzo. I passeggeri sono 72 ( 47 etiopi, sette nigeriani, sette eritrei, sei ghanesi e cinque sudanesi). Dopo poche ore i primi problemi, la rotta verso Lampedusa viene persa, finisce il carburante. Il natante è presto alla deriva.

    Qualcuno dei migranti riesce a contattare il prete eritreo padre Moses Zerai, che si trova a Roma, tra i pochi a preoccuparsi della sorte dei tanto migranti che affrontano il mare, un punto di riferimento. Padre Zerai riesce ad allertare la Guardia Costiera. Si alza un elicottero militare, che nessun Paese ammette di aver inviato, che rassicura i migranti sull arrivo degli aiuti.

    Passano le ore e ben presto si capisce che non c'è traccia dei soccorritori. Vanno avanti così per 16 giorni, fino a che muoiono un o dopo l'altro. Sopravvivono solo in 11. C'è poi un particolare inquietante che se confermato aggraverebbe ancora di più la vicenda. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti tra il 29 e 30 marzo il barcone incrocioò una portaerei, si alzarono due aerei in volo che videro i migranti in difficoltà senza però che nessuno intervenisse.

    Ricostruendo i movimenti delle navi militari in quei giorni sembra che la portaerei fosse la francese Charles De Gaulle. I comandi transalpini, dopo aver negato in un primo momento, si sono chiusi nel silenzio a fronte delle prove portate dal Guardian. Lo scarica barile è già cominciato. Gli italiani dicono di aver avvertito le autorità maltesi che però negano. La Nato afferma che non esistono registrazioni di comunicazioni nelle quali viene confermata la presenza di barche in avaria.


    (ami)2011-05-09 11:50:16
    Fonte foto: radiondadurto.org

    A partecipare a questa guerra ci siamo macchiati di sangue.
  • LO STATO DELLE MULTINAZIONALI

    Di Gheddafi non si hanno più notizie. Forse lo hanno già ucciso. La guerra però continua. Strano non trovate?
    O non erano tutti contro il suo regime?
    E di tutti i profughi venuti in italia nessuno ha testimoniato qualcosa?
    Probabilmente non erano profughi libici ma tunisini, etiopi e subsahariani. Del resto i Libici non stavano male nel loro paese, tutti avevano una casa, ospedali e università gratuite e anche altre cose che qui in italia non abbiamo. La Jamāhīriyya che significa regime delle masse voluta da Gheddafi per la Libia come Repubblica Socialista Popolare è l'unico esempio di socialismo nel mondo arabo, in cui il benessere dei cittadini e della società era stato attestato anche dall'ONU solo un mese prima di bombardarla. Non sarà facile per i predoni occidentali, dopo averle messo le spie ribelli in casa, fare della Libia ciò che è stato per l'IRAQ. Dovranno andare casa per casa a tagliare la gola alla gente che a tutt'oggi ancora si chiede come abbia potuto fare la comunità internazionale a compiere uno scempio del genere, soprattutto da parte degli italiani.
  • Ho trovato questo articolo sul blog di Gabriele Del Grande che riporta una testimonianza attendibile di ciò che è successo in Libia. L'articolo è del 25 marzo scorso e testimonia la situazione nella Cirenaica dei rivoltosi. Generazione revolution: da Benghazi a Lampedusa
  • Libia/ Russia: Numerose violazioni Nato a risoluzione Onu

    Almaty, 13 mag. (TMNews) - Nelle operazioni militari contro il regime di Muammar Gheddafi, la Nato sta commettendo "numerose" violazioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. L'accusa viene dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. "Le violazioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu sono molto numerose", ha detto il capo della diplonmazia russa parlando con giornalisti durante la sua visita nella capitale economica del Kazakistan, Almaty. Lavrov ha accusato la coalizione di aver colpito obiettivi civili, ospedali e talvolta ambasciate. "Sono - ha commentato - cose inaccettabili. Il Consiglio di sicurezza Onu non ha ordinato queste cose. Tentare di giustificarle affermando che la coalizione non va oltre il mandato non è abbastanza". Il ministro russo ha inoltre chiarito che non intende unirsi al gruppo di contatto sulla Libia, ritenendolo illegittimo. "Questo gruppo è illegittimo in termini di norme internazionali", ha affermato Lavrov. "Noi - ha continuato - non abbiamo bisogno di unirci a questo organismo, noi siamo membri del Consiglio di sicurezza"


    frattini(minuscolissimo) è un uomo dell'età della pietra e falso come un occidentale dei giorni nostri.


    13/05/2011 12:37
    LIBIA
    Prof. Del Boca: In questa guerra cinica Gheddafi è l’obbiettivo
    di Simone Cantarini
    Per Angelo Del Boca, giornalista e storico esperto di Libia, la guerra viola le risoluzioni Onu e durerà a lungo, finché Gheddafi avrà degli armamenti, a tutt’oggi solo parzialmente distrutti. L’azione della Nato è cinica e contraddittoria, iniziata senza approfondire la via diplomatica. Gheddafi, personaggio controverso, ma sostenitore della riscossa degli Stati africani.

    Roma (AsiaNews) – La guerra in Libia portata avanti dalla Nato mostra il cinismo dell’Occidente, che con la scusa di portare aiuto ai ribelli della Cirenaica, fa di tutto per uccidere Gheddafi. È quanto afferma ad AsiaNews il prof Angelo del Boca, giornalista e docente univerisitario che da oltre 30 anni studia la Libia e il suo leader.
    Personaggio scomodo, in oltre 40 anni di potere Gheddafi ha fatto affari con tutte le potenze del mondo e se ciò venisse allo scoperto non sarebbe edificante per Europa e occidente. Nonostante i suoi crimini, il leader libico in questi anni ha investito le enormi somme di denaro ricavate dal petrolio nello sviluppo degli Stati africani. Oltre metà delle miniere del continente sono finanziate dal governo libico, che ripaga i Paesi costruendo infrastrutture, alberghi ed edifici religiosi.

    Intanto, nelle aree controllate dai ribelli della Cirenaica la popolazione muore per gli assalti dei mercenari del rais e soffre per la mancanza di beni di prima necessità. A Tripoli, i raid degli aerei Nato mirati a distruggere rifugi militari e depositi di armi, continuano a fare morti e feriti fra i civili. Gli appelli del Papa e di mons. Martinelli, Vicario apostolico di Tripoli, per un cessate il fuoco immediato e l’inizio di trattative diplomatiche, rimangono inascoltati. Persino il mondo pacifista è ammutolito. Ecco il testo completo dell’intervista al prof. Del Boca.

    Secondo lei un conflitto fra le differenti fazioni era prevedibile?
    Una guerra civile di queste proporzioni in Libia non era prevedibile. Tuttavia chi conosce bene il Paese sa che le tre regioni, Tripolitania, Cirenaica e il Fezzan, sono sempre state molto autonome e divise fra loro. La Cirenaica, zona in cui è nata la rivolta, subisce da sempre l’influenza della confraternita Senussita (confraternita religiosa islamica fondata da Muhammad ibn Ali al-Sanusi, ndr). Ha dato i natali a re Idris, primo monarca libico e a Omaral-Mukthar, il più importante fra i guerriglieri durante la lotta contro il regime coloniale italiano. In questi anni Gheddafi si è trovato spesso in condizioni molto difficili. Nel 1996 e nel 2002 ha dovuto mandare truppe, marina, esercito e aviazione, per sedare le sommosse. Divisioni e tensioni ci sono anche nel Fezzan, composta soprattutto da tribù e da etnie molto diverse da quelle costiere. L’unica regione ancora fedele a Gheddafi è la Tripolitania, come dimostra il video apparso nei giorni scorsi, dove il rais incontra i capi tribù a lui fedeli.

    La Nato, le potenze occidentali, l’Italia hanno iniziato questa guerra per proteggere i civili. Cosa ne pensa?
    Io sono contrario a questa guerra, perché ne vedo il lato oscuro e penso che violi anche le stesse risoluzioni delle Nazioni unite per le quali è iniziata. Questo attacco era stato preparato da tempo. La Francia aveva già iniziato a bombardare prima del benestare Onu e della Risoluzione 1973. Quindi è chiaro l’interesse viziato di questa guerra. Francia, Gran Bretagna, Italia e gli altri Paesi a favore dell’attacco si sono scordati che l’epoca coloniale è finita. Questo ritorno armato è un segno piuttosto tremendo, soprattutto per l’Italia che ha sempre avuto stretti rapporti con la Libia, durante e dopo il periodo coloniale. In questi ultimi anni, il regime di Gheddafi era passato dalle “giornate della vendetta” a quelle “dell’amicizia”. Tuttavia noi abbiamo preferito buttare bombe.

    Come giudica la partecipazione dell’Italia ai bombardamenti?
    Il nostro intervento è sbagliato per tre motivi: Primo: la nostra costituzione all’articolo 11 ci suggerisce di non usare la guerra come strumento per rimediare alle contese. Secondo: abbiamo un trattato di pace e cooperazione con la Libia e questo patto non si può accantonare se non con l’accordo di tutte e due le parti. Terzo: noi siamo gli ex colonizzatori della Libia e in passato la sua conquista è costata ai libici 100mila morti. Con un fardello di questo genere, non si può di nuovo seminare morte con queste famose “bombe intelligenti”.

    È ancora possibile un’uscita diplomatica?
    Gheddafi ha certamente commesso dei crimini. Tuttavia, oltre alle bombe, è possibile un’altra via per deporlo o fermarlo. Ad esempio, le sanzioni sancite 10 anni fa dai Paesi occidentali hanno funzionato, facendo cambiare atteggiamento al leader libico. Con le sanzioni al posto dei bombardamenti, Gheddafi avrebbe fatto un passo indietro anche questa volta. La guerra crea forti divisioni. Ormai il Paese è spaccato in due. La produzione petrolifera è tutta in Cirenaica. I ribelli possono andare avanti per mesi ad attaccare la Tripolitania, sapendo che il petrolio è al sicuro.
    In questi mesi, poco si è fatto per tentare una strada diplomatica, nonostante gli sforzi di mediazione dell’Unione africana. Purtroppo i fatti di questi giorni dimostrano che nessuno ha intenzione di giungere a una tregua e si preferisce continuare una guerra che costa circa 100 milioni di dollari al giorno.

    Gheddafi si arrenderà o tenterà di resistere?
    Il conflitto durerà finché Gheddafi avrà ancora degli armamenti. A tutt’oggi i dati sulla distruzione degli arsenali forniti dalla Nato sono contrastanti. In un primo momento si era parlato di un 30% di mezzi e armi annientati, mentre di recente si è saliti a un 80%. Secondo me, la Nato ha distrutto finora poco più del 30% degli armamenti del rais. Gheddafi andrà avanti fino alla fine, non cederà, preferisce farsi ammazzare, ma di certo non fuggirà. Chi pensa che sia nascosto o scappato non lo conosce. Egli è un personaggio che ha tessuto per 42 anni la sua leggenda e non penso che vorrà distruggerla proprio ora.

    Si dice che Gheddafi è stato colpito perché cercava uno sviluppo libero dell’Africa…
    Le enormi somme di denaro che Gheddafi ha ottenuto con il petrolio le ha impiegate quasi tutte nel continente Africano e anche con un certo successo. Quando finirà la guerra e si avrà accesso ai documenti dei suoi ministeri, si vedrà che la Libia ha comprato almeno metà delle miniere africane di metalli preziosi, come oro e argento. Ma anche giacimenti di materiali strategici per l’industria. In ogni Paese africano Gheddafi ha messo la sua firma, costruendo alberghi, edifici religiosi, infrastrutture. Le quote dei Paesi membri dell’Unione africana sono quasi tutte pagate dalla Libia.

    Molti leader occidentali pensano che egli sia un un personaggio da palcoscenico?
    Io non penso che Gheddafi possa essere considerato un personaggio o un clown. Lui ha sempre utilizzato queste forme stravaganti di vestire e di apparire per il suo pubblico, non di certo per noi. Il suo popolo ha sempre un certo interesse a vederlo primeggiare e distinguersi. In realtà lui è tutt’altro che un personaggio da palcoscenico, ma è un uomo con una solidissima cultura. Si è laureato in lingua e letteratura inglese a Bengasi, ha studiato telecomunicazioni a Londra e ha scritto anche libri e racconti. Il più famoso è il “Libro verde”, molto criticabile, ma non tutti i capi di Stato africani hanno scritto libri, compresi i nostri. Se oggi dovessi scegliere un altro personaggio africano da studiare e da tenere in considerazione, mi troverei molto in imbarazzo.

    Perché l’Occidente si trova così compatto nel fare guerra a Gheddafi?
    Gheddafi è di sicuro un personaggio scomodo. Ha fatto affari con tutti, che se venissero allo scoperto non sarebbero di certo edificanti per l’Europa e l’occidente. Far di tutto per uccidere una persona è però esagerato. In queste settimane hanno tentato di ucciderlo almeno quattro volte. Tuttavia la Nato continua a dire che Gheddafi non è l’obiettivo principale. Io non ho mai visto così tanto cinismo come in questa guerra, dove le dichiarazioni sono il contrario dei fatti e non mi aspettavo che dopo il Vietnam, l’Afghanistan e l’Iraq, potessimo ripetere gli stessi gravi errori.

    Link originale: Prof. Del Boca: In questa guerra cinica Gheddafi è l’obbiettivo


    Guerra globale permanente
  • LA PARATA DELL’AVIAZIONE NON PUÒ AIUTARE LA NATO

    LIBIA: AMNESTY, BENE MANDATO D'ARRESTO PER GHEDDAFI .... mi viene da piangere... ma no basta leggere qui:
    Amnesty, amnistie e amnesie


    Lunedì 16 maggio 2011
    imagePrendetelo, sparategli e gettatelo in fondo al mare
    di Marco Cedolin
    Stando alle parole del procuratore capo della Corte penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, condivise anche dal ministro degli esteri italo/israeliano Franco Frattini, sarebbe ormai prossima l’emissione di un mandato di cattura internazionale contro il leader libico Gheddafi, per l’imputazione di crimini contro l’umanità.
    Lo stesso Luis Moreno avrebbe infatti proprio ieri formalmente richiesto ai giudici del tribunale di emettere il mandato, in virtù delle prove schiaccianti da lui raccolte, dalle quali emergerebbe che Gheddafi si è incontrato più volte con tre suoi collaboratori per pianificare operazioni di repressione.
    Si potrebbe naturalmente obiettare che qualunque governante di qualsivoglia paese, quando le circostanze lo impongono, s’incontra con il ministro degli interni ed altri collaboratori per reprimere un’eventuale insurrezione armata o azione terroristica che mini la sicurezza della nazione.....
    E aggiungere che se le azioni di Gheddahi, volte ad impedire che l’esercito degli insorti rovesciasse il governo e prendesse possesso del paese, possono venire stigmatizzate come crimini contro l’umanità, i mandati di cattura internazionali dovrebbero fioccare come la neve nei cinerecci cieli dicembrini e per contenere tutti gli imputati non basterebbe uno stadio di calcio.

    Senza tenere conto del fatto che i mandanti di questa operazione di “giustizia internazionale” sono anche i mandanti delle stragi e delle torture compiute quotidianamente in Afghanistan, in Iraq, in Pakistan e in un’altra mezza dozzina di stati occupati militarmente dalle truppe alle loro dipendenze. E fingendo di dimenticare che gli stessi soggetti hanno sempre represso nel sangue qualsiasi anelito terroristico nel proprio paese, vero o presunto che fosse.

    Ma l’applicazione della giustizia è un’arte raffinata, che solo pochi iniziati possono comprendere e gestire nella sua interezza, arrivando ad emettere sentenze lapidarie, basate su prove granitiche e stilate in un forbito linguaggio giuridico. Linguaggio che presto verrà tradotto nel succinto ma chiaro gergo militare.

    Prendetelo, sparategli e gettatelo in fondo al mare, non prima però di avere messo nella sua tenda il pc con le prove granitiche, la confezione di Viagra e i dvd con i film porno, che un po’ di spettacolo non guasta mai. E poi tutti a festeggiare per la strada con le bandiere, come per il Super Bowl.
    Pubblicato da Marco Cedolin
  • Il vescovo di Tripoli: 'La Nato uccide i civili'

    frattini, sarcozy, cameron, obama siete macchiati di sangue per sempre! come fate a dormire la notte? siete uomini vili!
  • Missili e manifestazioni a Tripoli, sfollati (da Misrata) a Zliten

    La verità la si può nascondere, ma la gente no. Il gruppo di contatto dei malfattori dovrà rispondere di fronte al tribunale dell'opinione pubblica mondiale di quanto hanno fatto in Libia. E di quello che hanno fatto in Iraq e in Afganistan. Ah... ci fosse stato in vita Totò gliel'avrebbe cantate tutte le loro guerre umanitarie.